Febbraio sin dai tempi antichi è un mese ricco di simboli e riti a sfondo purificatorio in attesa di quello che era il nuovo anno lunare e la rinascita della primavera.

FEBBRAIO, GIUNONE SOSPITA E C. METELLA BALEARICA (PROTETTRICE DI SESTO ROSCIO AMERINO)

Ai tempi dell’impero febbraio era dedicato  al dio Februus (sposo di Febris) – per gli Etruschi dio della morte e della purificazione, identificato dai romani col dio Faunus nella sua accezione di Lupercus, protettore del bestiame dall’attacco dei lupi.


I LUPERCALIA

La loro festività ricorreva alle idi di febbraio e chiudeva la commemorazione invernale dei Lupercalia, tra le più importanti del calendario romano – dal 13 al 15 febbraio. Gli eventi erano legati a riti di purificazione in parallelo con la stagione più brutta dell’anno dove i lupi, consumati dall’inverno, minacciavano gli allevamenti di pecore e capre.

La festa era celebrata dai giovani sacerdoti “Luperci” che, seminudi con le membra spalmate di grasso e una maschera di fango sulla faccia, giravano per le strade con delle strisce di pelle di capra ricavate dalle vittime sacrificate nel Lupercale, la grotta dove Romolo e Remo furono allattati dalla lupa.

Le strisce di pelle servivano a battere la terra per fecondarla e colpire le persone e, soprattutto, quelle donne che si offrivano in un atto di fecondità alla frusta del luperco.

I Lupercalia in un dipinto di Domenico Beccafumi /// Firenze, Museo di Casa Martelli

OVIDIO, GIUNONE E LE ORIGINI DEL RITO

Secondo un’antica tradizione riportata da Ovidio nei Fasti, al tempo di Romolo ci fu un prolungato periodo di sterilità femmile, fu così che la popolazione si recò fino al bosco sacro dedicato a Giunone, ai piedi dell’Esquilino, e qui supplicarono la dea che rispose attraverso le fronde degli alberi.

Il responso, che intimava che le donne dovessero essere penetrate da un un sacro caprone, venne interpretato da un augure etrusco col fatto che si dovesse sacrificare un capro e, tagliano la sua pelle in strisce, colpire le donne per renderle feconde.

GIUNONE SOSPITA E IL TEMPIO DI LANUVIO

Il primo febbraio si festeggiva proprio “Iuno Sospes Mater Regina” – Giunone Salvatrice Madre Regina, divinità portata a Roma da Lanuvium (l’odierna #Lanuvio) nel 338 a.C. quando i suoi abitanti ottennero cittadinanza. Oltre a far parte, insieme a Giove e Minerva, della Triade Capitolina, le venne dedicato un tempio nel Forum Olitorium nel 194 a.C. (oggi San Nicola in Carcere su Tempio Sospita).

Raffigurata nella statuaria e nelle monete con una pelle di capra sul capo, una lancia in mano e accompagnata da un serpente, veniva venerata da tempi antichissimi proprio a Lanuvio dove oggi si conservano i resti del santuario e

PROPERZIO, IL RITO E L’ANTRO DELLA DEA (IN LOC. PANTANACCI?)

Racconta Properzio che nel santuario si svolgesse ogni primavere un rito propiziatorio di rinascita. Un gruppo di fanciulle vergini veniva fatto entrare in un antro dove portare delle offerte in focacce a un grosso serpente che accettava o meno il dono secondo l’interpretazione delle “pitonesse”, se il serpente rifiutava i doni, una fanciulla impura, veniva sacrificata per scongiurare la carestia.

Nel luglio del 2012, grazie all’intervento della Guardia di Finanza, è stato interrotto uno scavo clandestino in località Pantanacci (tra i Comuni di Lanuvio e Genzano di Roma) che aveva portato al rinvenimento di una gran mole di materiale votivo. Il sito, identificato come una stipe votiva collocata in un antro naturale, potrebbe essere parte integrante – l’antro del serpente? – del Santuario di Giunone Sospita.

Disegno del rito nell'antro della dea Giunone Sospita
Ricostruzione del rito nell’antro della dea Giunone Sospita /// Località Pantanacci

CECILIA METELLA BALEARICA, CICERONE E SESTO ROSCIO AMERINO

Cecilia Metella Balearica, che visse attorno al I sec. a.C. fu vestale e sacerdotessa di Giunone Sospita ed è ricordata perché con la sua influenza riuscì prima a salvare Cesare dal dittatore Lucio Cornelio Silla, che lo aveva condannato a morte per aver rifiutato il divorzio da Cornelia Cinna, poi Sexto Roscio Amerino – di Amelia – difeso oltre che da Cicerone, da suoi nipoti Quinto Cecilio Metello Celere e Quinto Cecilio Metello Nepote Minore nella celebre orazione “Pro Roscio”

LA GENS ROSCIA DI AMELIA

Fu una delle più importanti famiglie di Ameria dall’età tardo repubblicana fino a quella imperiale, attestata oltre che da Cicerone (Pro Rosc. 20) nella celebre orazione a difesa di Sesto Roscio Amerino accusato di Parricidio da due membri della famiglia Tito Roscio Capitone e Tito Roscio Magno, anche da diverse epigrafi rinvenute ad Amelia, tra cui quella che menziona un T. ROSCIO CAPITO addirittura magistrato quatuorviro (CIL XI, 4399) e la più celebre, oggi al Museo Archeologico, di T. ROSCIO AVTVMA della prima metà del I sec. d.C. che, quatuorviro, donò alla città un thesaurus, ossia un contenitore per le offerte versate dai fedeli nei templi. Lo sfruttamento delle proprietà fondiarie tramite la manodopera di schiavi dovette essere alla base della fortuna di questa gens che possedeva anche officine laterizie, attestate da marchi di fabbrica con il nome della famiglia stessa.

Reperto archeologico di un thesaurus nel museo archeologico di Amelia
Thesaurus donato da Tito Roscio Autuma /// Museo Archeologico e Pinacoteca di Amelia
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